pubblicato il 04/09/2024
Ipotesi per una classificazione
Quando si lavora in ambito archeologico sperimentale molto spesso si affronta il tema della classificazione di manufatti riprodotti.
La materia ha una lunga storia che, per me, parte proprio quando da ragazzo mi iscrissi alla LIAST (Laboratorio Italiano Archeologia Sperimentale Torino) verso la fine degli anni novanta.
Ricordo che il suo presidente, il prof. Borrelli un giorno mi illustrò la schema della classificazione dei manufatti secondo la LIAST e per me fu una folgorazione: per la prima volta intuivo che la mia passione per il medioevo e la rievocazione poteva coniugarsi con un approccio scientifico alla materia. D’altronde tutto il mio periodo di permanenza nella LIAST fu costellato di piccole e grandi epifanie, la capacità di visione di Borrelli unita alla sua manualità, era per me fonte di continuo stupore.
Il tema della classificazione nella LIAST era risolto in una semplice scala a tre livelli in cui i manufatti venivano inseriti in base alla precisione ricostruttiva stessa.
Avevamo quindi:
- reperti A – completamente ricostruiti con tecniche e materiali storici;
- reperti B – materiali storici ma tecniche moderne;
- reperti C – materiali e tecniche moderne.
Questa classificazione molto semplice funziona bene negli ambiti come quello preistorico dove il manufatto è prodotto da materie prime non lavorate. Più si affrontano reperti recenti, più gli stessi materiali di lavorazione sono a loro volta dei manufatti, spesso molto complessi da produrre.
Secondo me, la questione della classificazione richiede un approfondimento per capire meglio la complessità storica, cercando allo stesso tempo di mantenere la semplicità per non rischiare di rimanerne intrappolati in complessità superflue.
Perché classificare le riproduzioni?
La necessità di sistematizzare la produzione delle repliche storiche è sicuramente dettata dall’utilizzo che di esse ne viene fatto. Per comprendere bene la questione è necessario fare un passo indietro e spiegare a chi non pratica l’archeologia sperimentale quale è uno degli aspetti principe di questa disciplina.
Invito pertanto tutti a immaginare l’archeologia sperimentale come una cassetta degli attrezzi per accedere alla scatola nera dell’approccio teorico alla storia. Lo studio non pratico, infatti, lascia aperte tutta una serie di questioni che solo “sporcandosi le mani” può essere risolta o perlomeno razionalizzata.
Per questo la storia studiata sui libri va vista come una scatola nera: alcune ipotesi rimangono sulla carta e restano prive di un supporto pratico. Ebbene, l’archeologia sperimentale permette a questa scatola di essere aperta e investigata nel dettaglio.
Inoltre, alcuni risvolti pratici nella produzione di manufatti aprono la strada ad una serie di domande che poi coinvolgono, a ritroso, gli studiosi accademici di storia, ma non solo, anche antropologia e sociologia. L’esistenza di implicazioni nei rapporti sociali di certe tecniche e tecnologie è uno dei temi principi dell’archeologia sperimentale.
Compresa questa dinamica risulta evidente che la qualità della riproduzione di duplicati ha un valore più o meno utile in base a quanto questa è approfondita.
Se invece il manufatto ha una sola funzione educativa o museale, alcuni passaggi nella lavorazione non sono affatto necessari e renderebbero la riproduzione un processo inutilmente lungo e costoso.
In sintesi, se l’archeologo sperimentale si pone il problema di studiare le implicazioni sociali di una certa tecnologia, il reperto necessita di un livello riproduttivo ben diverso da una commissione puramente espositiva dello stesso.
I fattori da tenere in considerazione per una corretta classificazione sono essenzialmente tre: reperto di riferimento da riprodurre, tecniche adottate e materiali utilizzati.
È necessario analizzarli separatamente per comprendere quali variazioni isolate possono produrre, per poi combinarle tra loro e provare a produrre una tabella completa delle possibilità e ragionare infine su essa.
Il reperto
L’archeologo sperimentale si trova davanti a due grandi categorie di ricostruzione:
- la copia da manufatto esistente,
- l’ipotesi dedotta da un’analisi comparata di diverse fonti.
Nel primo caso i risultati possono essere solo due: una riproduzione ben fatta e fedele o una riproduzione non molto fedele a causa di limiti materiali come la scarsa capacità del ricostruttore, povertà dei materiali, etc.
Nel secondo caso invece, i risultati non sono netti come nel primo perché le ipotesi ricostruttive si inseriscono nel solco delle interpretazioni.
Questo è un aspetto sia frustrante che entusiasmante dell’archeologia sperimentale. Frustrante perché non permette di mettere un punto fermo su un progetto ricostruttivo (almeno fino a quando non viene recuperato un reperto archeologico che elimina i dubbi), entusiasmante perché rende questa disciplina un campo aperto in continua evoluzione.
Quando l’archeologia sperimentale si immerge in epoche poco documentate tipo il periodo celtico o in progetti complessi come la riproduzione di un villaggio agricolo, la quantità di reperti basati su ipotesi cresce esponenzialmente. Non resta quindi che prendere atto di questa necessità e di inserirla in una categorizzazione dei manufatti.
Le tecniche
Le tecniche adottate nella riproduzione di un reperto possono essere fondamentalmente di due tipi:
- coerenti con il periodo,
- moderne.
La questione si complica quando le tecniche coeve al periodo del manufatto sono parzialmente o completamente ignote. Questo implica una forzatura nell’utilizzo di tecnologie moderne.
Queste possono essere ulteriormente suddivise: alcune tecniche accelerano i processi antichi ma non lasciano tracce visibili, mentre altre sono così invasive che restano visibili anche dopo il lavoro finito.
Chiaramente, la visibilità o meno di queste tecnologie ha valore solo nell’ottica del prodotto in sé.
Se l’ambito di studio è sia il reperto che il processo per ottenerlo, l’uso di tecnologie moderne è da escludere in quanto non permette di valutarne l’impatto nelle relazioni sociali, nell’ambiente, etc.
Ad esempio, se si deve ricostruire un mobile del XIII secolo, utilizzare una pialla elettrica per sgrossare un asse produce un risultato non invasivo in termini di risultati finali del manufatto. Se però stessimo studiando come poteva venire organizzata una bottega di falegnami e mobilieri, l’utilizzo dell’utensile elettrico sarebbe considerato completamente fuori luogo.
Le tecnologie moderne invasive dovrebbero essere completamente evitate perché inficiano il risultato finale anche in termini puramente estetici. A volte però esistono delle cause di forza maggiore che ne impongono la presenza (ad esempio alcune disposizioni di legge sulla sicurezza), pertanto è necessario tenerle presenti nella tipizzazione.
Quindi, ai fini della classificazione abbiamo tre possibili stati riguardo la tecnica:
- antico,
- moderno non invasivo,
- moderno invasivo.
I materiali
Nella riproduzione di un singolo oggetto si possono riscontrare risorse di due tipi:
- materie prime,
- materiali che sono a loro volta dei manufatti.
Chiaramente, in questa disamina stiamo analizzando oggetti singoli e non composizioni di oggetti complessi.
Se le materie prime non necessitano di un approfondimento, le cose si complicano nel caso di manufatti utilizzati come materiali di impiego. Questo perché il manufatto è a sua volta soggetto ad una categorizzazione complessa tanto quanto il prodotto finale.
Poniamo, ad esempio, un vestito da contadino del XVI secolo: avremo come componenti il tessuto, il filo ed eventualmente dei bottoni.
Tutti e tre sono prodotti da materie prime (lana, lino, canapa, legno, metallo, etc.) ma la cui produzione può essere moderna o antica. Un tessuto prodotto con un telaio manuale è diverso da un tessuto moderno. Idem, ad esempio, per la sua colorazione.
Come sopra, questa divisione ha senso solo nell’ambito puramente riproduttivo, se lo studio è studio del processo, l’utilizzo di materiali moderni perde di senso.
L’archeologo sperimentale che utilizza materiali prodotti modernamente cerca sempre di ridurre l’impatto estetico e funzionale di queste tecniche nel prodotto finito.
Ai fini della classificazione, però, sia che il materiale sia esteticamente identico o meno, è la sua natura a fare la differenza, quindi moderno o meno.
Analizzati tutti i fattori in campo, non resta che valutarne le implicazioni.
L’oggetto dovrebbe essere prima di tutto classificato come riproduzione di un reperto o come ipotesi ricostruttiva. Questa distinzione è essenziale poiché definisce la finalità del manufatto.
Considerando gli altri fattori discussi in questo breve testo, sarebbe utile cercare di ridurne la complessità. A tal fine, si potrebbe adottare uno schema in cui ogni elemento di modernità in uno dei parametri comporta una penalità di uno o due punti (come nel caso delle tecniche invasive rispetto a quelle non invasive). Con questo approccio, la classificazione si ridurrebbe a soli quattro livelli distinti:
- A++ replica perfetta del manufatto originale.
- A+ tecnica moderna non invasiva o materiale moderno.
- A tecnica moderna non invasiva e materiale moderno oppure tecnica moderna invasiva e materiale antico.
- B tecnica moderna invasiva e materiale moderno.
Si può ragionevolmente ritenere che l’adozione di quattro livelli rappresenti un equilibrio ottimale tra completezza e semplicità. Nel contesto dell’archeologia sperimentale, la classe A++ sarebbe l’ideale, poiché consente uno studio approfondito del processo di fabbricazione e delle sue implicazioni sociali e ambientali.
Per le attività di rievocazione, le classi A+ e A dovrebbero essere considerate le più appropriate, mentre la classe B dovrebbe essere esclusa da qualsiasi contesto che ambisca a un minimo di accuratezza storica.
Attualmente, in Italia, molti gruppi di rievocazione si collocano nella classe B, abbassando il livello qualitativo generale. Si auspica che, in futuro, questo problema venga affrontato con un maggiore impegno da parte di tutti i gruppi di rievocazione.
